How a purpose mindset can help you navigate life: il cambio di paradigma da performance a impatto

La struttura dei sistemi educativi così come la conosciamo oggi è prettamente basata sul concetto di performance dove l’avanzamento è scandito da test e voti. Questo sistema porta gli studenti a preoccuparsi del premio finale - il voto - insegnando loro a seguire le indicazioni date per essere alla fine, premiati.


Questo sistema può far sentire gli studenti competitivi, concentrati solo su se stessi e sul loro risultato e, in diversi casi, irrilevanti nella visione complessiva della società. In altre parole, gli studenti stessi si rendono conto che al loro sacrificio per prendere un voto alto corrisponde nessun impatto sulla società che li circonda.


Questo è il tema affrontato da Dr. Belle Liang e Tim Klein nel loro nuovo libro “How to navigate life”. I due definiscono il purpose (letteralmente “scopo”, “fine”, “obiettivo”) come il perseguimento di qualcosa che non è personale.


Al contrario, essere guidati da purpose, significa guardare lo sviluppo nel lungo termine e capire come poter contribuire a raggiungere obiettivi ad alto impatto per il mondo in generale.


I capitoli del libro non si limitano a descrivere il cambio di paradigma che il mondo dovrebbe attuare, ma è ricco di esempi pratici che le scuole potrebbero (o dovrebbero?) seguire per raggiungere questo obiettivo.


Alcuni di questi sono:

  • Creare un ambiente che aiuti gli studenti a sentirsi sicuri. La più grande barriera all’apprendimento è la paura (di fallire, di deludere, di non trovare lavoro, di non essere abbastanza, sono solo alcune che ci vengono in mente). Il sistema basato sulla competizione non aiuta studenti in queste situazioni, al contrario le esaspera.

  • Aiutare gli studenti a conoscersi: è impossibile capire cosa vuoi fare se non hai idea di chi sei. Conoscersi significa identificare i propri valori, la tolleranza al rischio, la preferenza tra crescita e stabilità.

  • Introdurre “Growth games”: a differenza dei “fixed games” che si basano su una serie di regole e hanno un obiettivo specifico, i growth games sono per definizione aperti. L’obiettivo di questi giochi è aiutare gli studenti a identificare i loro punti di forza, spingerli fuori dalla loro comfort zone. Essendo giochi senza un obiettivo preciso, rendono impossibile il confronto tra di loro. In questo modo risulta chiaro anche a loro che l’apprendimento avviene per ognuno in modo diverso.

  • Aiutarli a dominare i loro superpoteri: i due nel libro identificano una dozzina di competenze applicabili a qualunque ambito e “a prova di futuro”. Le dividono in tre categorie : Creators (visionari che vedono oltre quello che già esiste), Facilitators (coloro che uniscono le persone e sanno far lavorare i team) e Drivers (quelli che portano a termine il lavoro). Aiutare gli studenti a capire in quale archetipo si ritrovano può aiutarli a definire il loro percorso.

  • Insegnare di cosa ha bisogno il mondo: parlare dei problemi reali che il mondo sta affrontando spingendo gli studenti a capire come mettersi al servizio del futuro. (Tutte le migliori idee di business nascono proprio da un bisogno, aggiungiamo noi).

  • Trasmettere il concetto di viaggio e non destinazione: l’apprendimento non è una cosa che termina il giorno in cui si trova lavoro, è uno stile di vita che permette di mantenere un mindset orientato alla crescita.

Liang e Klein fanno tutte queste considerazioni basandosi sul sistema americano, ma a noi sembrano più che attuali anche nel sistema italiano.


Voi cosa ne pensate? Il sistema scolastico così come è strutturato al momento funziona?


Qui il link al libro.




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